La storia di Roberta continua… II parte

Ci eravamo lasciati quando Roberta, decise di abbandonare la Comunità di Milano.
In effetti non voleva essere inserita nel programma di accoglienza e di primo trattamento terapeutico, così come viene solitamente fatto per coloro che entrano per la prima volta in Comunità.
Lei aveva già superato questa fase, durata due interminabili anni e non voleva, neanche per poco, essere nuovamente sottoposta al trattamento iniziale. Però quando i collaboratori della Comunità ospitante andarono a prenderla all’aeroporto di Milano, Roberta si trovava in uno stato di semi incoscienza. Infatti durante il viaggio aveva bevuto buona parte dell’Alcover, bevanda terapeutica che il SERT di Cagliari le aveva dato in una bottiglietta per combattere l’astinenza dall’alcool.
E così dopo una serie di discussioni anche molto accese ha deciso di
lasciare la Comunità per cercare di trovare un lavoro nel ricco Nord.
Dopo qualche giorno ci ha chiamato al telefono per dirci che era disperata, non aveva un euro e poi, per via della fretta, era partita lasciando a casa i tutti i bagagli. Girava per la Lombardia in sandali, con una leggera gonnellina ed una maglietta sgualcita e dormiva sulle panchine, alla mercè di tutto e di tutti… Cercammo di aiutarla, ma allo stesso tempo eravamo tutti dispiaciuti che i suoi buoni propositi fossero andati in fumo. Le mandammo dei soldi e così riuscimmo ad arginare il problema per qualche giorno, ma poi…
Finì in un paesetto del bergamasco dove le avevano prospettato la possibilità di un lavoro. Ci disse che avrebbe iniziato a lavorare per una famiglia di anziani, ma poco dopo scoprimmo che era tutto un bluff. Un pregiudicato del posto aveva convinto la ragazza a recarsi presso un appartamento per lavorare da una famiglia ma poi, nel cuore della notte, venne assalita e stuprata da questo tale che, a dire di Roberta, era molto conosciuto in paese. La mattina seguente si recò dai Carabinieri per sporgere denincia, ma venne fatta deisitere affermando che, non possedendo alcun certificato medico lei non poteva provare nulla, che la sua parola valeva come quella dell’accusato e che pertanto sarebbe stato meglio…
Subito dopo Roberta andò via in un altra località vicino a Bergamo. Qui trovò ospitalità in una pensione, ma per poco. Infatti il titolare, un vecchio pensionato, manifestò subito turpi attenzioniverso la malcapitata e così, ancora una volta, non le restò che fuggire.
Finì a Bergamo dove ebbe la fortuna di incontrare un medico svedese, un psichiatra di colore che dal Congo si era trasferito in Svezia per perfezionare i suoi studi. Lui si trovava a Bergamo, nello stesso albergo di Roberta, per tenere una relazione in un convegno internazionale. Tra i due nacque subito una profonda amicizia, basata sul rispetto reciproco e sulla comprensione e sul dialogo. Trascorsero alcuni gironi insieme e Roberta sembrava avesse trovato un benessere interiore che da tempo non avvertiva. Purtroppo il medico doveva rientrare a Stoccolma e Roberta aveva da sistemare delle cose urgenti a Cagliari. Infatti aveva un appuntamento con il suo nuovo avvocato (infatti il precedente legale, senza nulla fare, chiese subito circa 400 euro!!!) e rifare la carta di identità, sperando sempre in cuor suo di poter riabbracciare il proprio figlio.
Il Medico svedese le pagò tutte le spese, compreso il biglietto aereo per il rientro a Cagliari senza nulla chiedere…
In tarda mattinata ci telefonò e andammo a prenderla all’aeroporto di Elmas.
Per la verità l’inconro non fu molto sereno.
Leggevamo nei suoi occhi tante angosciose perplessità e forse anche lei vedeva nei nostri la delusione che provavamo nei suoi confronti, per i suoi comportamenti, mai coerenti e consapevoli.
L’accompagnammo a casa di un amico che l’aveva già ospitata tempo prima e così ci recammo a casa sua…

Un commento su “La storia di Roberta continua… II parte”

  1. Roberta e come lei tante altre persone che purtroppo si trovano nella sua stessa situazione, sono vittime della indiferenza e della cattiveria delle gente.é deplorevole che i carabinieri ai quali si è rivolta dopo essere stata stuprata le abbiamo risposto che non potevano fare niente un quanto lei non aveva le prove di ciò che le era successo.L’arma è troppo prestigiosa per occuparsi di questi casi di ordinaria ammistrazione e dopotutto la colpa è nostra se certi uomimi non si comportano da uomini ma da bestie , siamo noi che li incoraggiamo!!! In questa società essere deboli significa soccombere perchè quella che prevale è sempre la legge del più forte. Non continuamo a vivere nell’indiferenza qualche volta cerchiamo di tendere una mano a chi soffre non ci costa poi molto!!!

    Sara de Giudici

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