Sipakapa no se vende!


Cagliari. 1 Maggio 2006. Ore 18.00. Sede dei Verdi al numero 68 di viale Diaz. Una quarantina di persone presenti alla prima proiezione del documentario “Sipakapa no se vende”. L’argomento? Lo sfruttamento nelle miniere d’oro del Guatemala. Forse. O meglio: la lotta di un popolo che non vuole conformarsi ai canoni di sviluppo globali. La voce di un popolo che preferisce la propria identità e le proprie tradizioni. Come canta Vasco, un popolo che crede alle favole e non capisce le logiche. Forse. O meglio: un popolo che conosce la propria strada e vuole percorrerla. Gli abitanti di Sipakapa si battono per poter scegliere tra il lavoro in miniera e i propri campi. Perchè “l’ oro non vale la vita”. E scelgono. La vita non l’oro. Certo, c’è chi vorrebbe imporre il silenzio. Ma alla fine, fino alla fine, vincono loro: la gente di Sipakapa. Non le logiche del mercato globale. E allora qualcuno, tra noi, sibilla il dubbio: forse essere globali significa scegliere il proprio modello di sviluppo, scegliere il proprio modo di essere globali. Magari. I campi di mais e le mucche non saranno oro, ma almeno permettono il sostentamento. I campi di mais e le mucche non saranno oro, ma non avvelenano il corpo. I campi di mais e le mucche non saranno oro, ma permettono ai nostri amici guatemaltesi di trattenere la libertà. E allora? Magari i campi di mais e le mucche sono oro. E per questo vale la pena di lottare uniti.
E un altro tra noi sobilla un nuovo dubbio: la Sardegna è poi così lontana da Sipakapa? Forse no. Abbiamo i campi, abbiamo le mucche e abbiamo…Abbiamo una nostra identità, che la si voglia o meno riconoscere e sostenere. Ma forse ci siamo scordati della nostra specificità. Abbiamo barattato la nostra vita con l’oro degli altri. Si chiama fabbriche da noi l’oro, ma avvelena lo stesso i corpi. E forse anche la mente se abbiamo barattato la nostra unità di popolo con una sardità che porta avanti egoismi, invidie ed individualismi ormai stantii ed inutili.
E allora a me, tra noi, viene da sobillare un dubbio. Forse dovremmo riscoprirci come prima cosa. Forse è arrivato il momento di andare avanti e lasciare in un angolo le faziosità. Forse dovremmo unirci stretti attorno ad un unico comune ed intimo sentimento di identità. Forse dovremmo decidere tutti assieme come e dove vogliamo andare, magari in maniera diversa ma nostra. Forse dovremmo scegliere la nostra globalizzazione. Forse. Come dice Vasco in fin dei conti è una fortuna che siamo ancora vivi. E se i sardi sono ancora vivi che si facciano sentire una buona volta, fino in fondo, fino alla fine.
Forse. Cominciare a credere alle favole e rifiutare le logiche.

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