A proposito di Liste civiche: Una proposta di civile protesta

Da qualche giorno si sono spenti i riflettori sulla kermesse del V-Day, evento di massa che ha avuto l’innegabile merito di accendere l’interesse su di una prassi di mal costume, consolidata e assai diffusa in Italia: l’ingiustizia generata o consolidata dal "mal governo"

Credo che tutta la protesta di questi giorni possa riassumersi con quest’espressione.

Perché la precarietà, i privilegi, l’impunità a cui quotidianamente assistiamo, nostro malgrado, offendono il senso e il valore della giustizia, non solo "forense", ma sociale, economica, civica. Tutto questo genera nell’opinione pubblica un profondo senso di disagio e di sfiducia nelle Istituzioni.

In altri termini l’Italia d’oggi, non è il Paese in cui vorremmo vivere.

Il gran risultato, non solo medianico, ottenuto da Beppe Grillo, non deve portarci a fare delle intempestive valutazioni o portare a cullarci sugli allori di un consenso quasi generale.

Beppe Grillo ha ragione. Ma la ragione come diceva un vecchio saggio non basta averla, occorre saperla esprimere e farla riconoscere come tale.

Orbene, Grillo ha ragione, dimostra con i fatti che la sa esprimere e comunicare, adesso occorre farla riconoscere dagli italiani. Come?

La proposta di creare delle liste civiche certificate non mi sembra una buon’idea non sola perché farraginosa, costosa ma anche perché si porrebbe il problema di vedere chi sono "i buoni" che devono candidarsi con Grillo e chi sono "i cattivi" destinati a restare nei vecchi partiti.

Inoltre si deve ben comprendere come e, soprattutto, chi farà queste scelte.

Inoltre la storia c’insegna che tutti i precedenti tentatativi di "Liste civiche nazionali" sono risultati inutili o poco incisivi nell’ambito di un radicale cambiamento dei costumi etici dei nostri amministratori, siano essi centrali o periferici.

La "sindrome da potere" colpisce tutti in modo più o meno diretto e immediato.

Probabilmete l’uomo è fatto così, e così resterà…

Però oggi, il cittadino ha una maggiore consapevolezza dei propri diritti, in un certo modo non vuole "farsi vivere" dall’ambiente che lui stesso contribuisce a determinare e questo lascia ben sperare per un "epocale cambiamento" del modo di percepire e di vivere la politica della "Res Pubblica".

La proposta consiste nel restituire al mittente, in modo massiccio, le schede elettorali, lanciando in tal modo, non solo una civile protesta, ma anche un "determinato" appello alle Istituzioni.

Istituzioni che, se possono anche permettersi d’ignorare la restituzione delle schede elettorali dei cittadini di un piccolo paese, di certo non possono ignorare la restituzione di milioni di schede elettorali.

Qualcuno critica fin d’ora la proposta affermando che trattasi d’atto incostituzionale.

Ma la risposta è assai semplice: Sono forse costituzionali le angherie e le ingiustizie che, quotidianamente, subiamo.

Quale Giudice potrà mai condannarci per l’esercizio di una facoltà, fors’anche di autotutela, determinata da un oggettivo "stato di necessità" di comprovata crisi delle Istituzioni?

I Giudici prima di essere Magistrati sono cittadini che, come noi, assistono quasi impotenti allo sfascio del sistema. E poi, se non ricordo male, anche una autorevolissimo Magistrato della Corte di Cassazione ha bisbigliato all’orecchio di Grillo una lapidaria frase: "Ha ragione lei!"

Pertanto non credo che l’anticostituzionalità debba farci demordere dall’intento.

Semmai portarci a riflettere sulla bontà dell’iniziativa, non fosse altro per il merito di non costare nulla in termini economici, di essere pratica e, soprattutto, molto incisiva, perché di grande impatto mediatico.

Infatti, pensate a quale figura andrebbe incontro il nostro Paese in campo internazionale dove, da tempo, si pone o si vorrebbe porre, come paladino della salvaguardia dei diritti civili, della moratoria delle esecuzioni capitali ecc. ecc.

Come potremo essere credibili se milioni d’italiani decideranno alle prossime elezioni di non votare per consolidare questo tipo di sistema (poco) democratico che basa la sua quotidiana esistenza sulla parentela, amicizia e clientela e che nulla o poco riserva ai titoli, ai meriti, alle reali capacità e, perché no, anche ai sogni e desideri dei cittadini?

Per questo credo che sia venuto il momento di confrontarci seriamente sul da farsi e, stando così le cose, valutare con estrema ponderazione anche questa credibile e argomentata possibilità.

Roberto Copparoni

 

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