I vincoli che non ci aiutano a crescere

Il problema dello spopolamento delle campagne è un fenomeno che ha origini complesse e lontane.

Appare un poco riduttivo attribuire la responsabilità ai vincoli paesaggistici, ambientali, architettonici, storico-archeologici posti in essere dalle amministrazioni locali spesso anche in ottemperanza di precise disposizioni nazionali e comunitarie che, di fatto, limitano o impediscono qualsiasi insediamento produttivo o abitativo.

Occorre sviluppare un differente tipo di ragionamento.

 

Il problema a mio avviso è un altro, ovvero il modo di vivere l’ambiente e di come correttamente usare le sue molteplici ed insostituibili risorse.

 

Se continuiamo a porre vincoli alle campagne, montagne, lagune, isole e alle coste, con una mentalità giustizialista, frutto di una cultura ambientalista dottorale o urbana, non daremo un grosso contributo al recupero, allo sviluppo sostenibile e integrato di queste zone.

Infatti, semmai, in questo modo accellereremo nella nostra isola solo un processo di spopolamento e di desertificazione naturale e…mentale.

Bisogna smettere di pensare che la presenza umana sia incompatibile con la salvaguardia dell’ambiente. In altre comunità questa convivenza è una fatto naturale che da generazioni  produce eccezionali risultati.

Pertanto non basta solo porre vincoli se prima non si spiega "la ratio" e quali benefici otterranno le popolazioni interessate dall’adozione di certi comportamenti.

In altre parole la Sardegna è del tutto carente in fatto di educazione e di comunicazione ambientale, anche perché quando viene sviluppata, spesso, viene data "in gestione" agli stessi enti interessati che gestiscono aree protette e parchi, per così dire "gli addetti ai lavori" la cui autoreferenzialità, sovente supera, i benefici diretti delle collettività di riferimento.

Tutto questo non genera nelle locali popolazioni una certa "empatia" e uno slancio positivo verso le iniziative intraprese da questi organismi. Meglio sarebbe affidarli alle organizzazioni del terzo settore che sono veramente radicate nel territorio e "super partes".

Pertanto si cerca di giustificare la presenza di un ente che, spesso, rappresenta solo il suo bisogno di sopravvivenza.

L’esempio di quanto si è verificato nel Parco Nazionale del Gennergentu è assai pertinente al riguardo.

Solo dopo che ci si è accorti che buona parte delle popolazioni interessate non volevano il parco ci si è preoccupati di parlare con la gente, cercare un dialogo un confronto, per illustrare i benefici che l’istituzione di un parco nazionale avrebbe comportato.

Insomma, …si è chiusa la stalla dopo che i buoi sono scappati!

Questo errore, nonostante tutto, continua ad essere praticato dalla Regione e dalle Provincie che in barba al detto "Su buriccu sardo scramentara una borta scetti!, perseverano con i vincoli, spesso assoluti delegando a enti e amministrazioni che "vivono" grazie ai divieti.

Alcune associazioni ambientaliste, assai vicine alla Giunta regionale, hanno persino organizzato dei seminari per illustrare l’importanza dei divieti e poi, per finire in bellezza, hanno persino consegnato anche un premio alla Regione che più di altre in Italia adotta questi vincoli: ovvero la Sardegna.

Ma mi domando: non sarebbe meglio illustrare ai residenti (fin dalla scuola materna) cosa fare, insomma pensare in positivo, mostrare le potenzialità dell’ambiente (umano e naturale)  anziché esaltare le conseguenze dannose dal mancato rispetto di cogenti, quanto a volte incomprensibili, divieti?

E poi, questi divieti, che ricadute economiche hanno sulla popolazione e sul reale miglioramento della qualità della "loro vita"?

Certo, per noi, cittadini l’ottica cambia…

Nel senso che apprezziamo tanto farci una passeggiatina nel fine settimana in una zona protetta, far ossevare i fenicotteri o i cervi ai nostri figli. Ma poi, cosa resta di questo? Nulla o quasi!

Se affermiamo di essere una società matura ed evoluta, con grande senso di responsabità e di solidarietà, perché adottiamo modelli e procedure tipiche di un  paese che muove i primi passi verso la via dello sviluppo?

Certo, mettere divieti è assai più facile e, sotto certi aspetti, anche più gratificante, almeno per molti dirigenti che vivono grazie a questo.

Ma siamo sicuri che l’inflazionata strada delle bandierine blu, gialle o verdi, sia la strada giusta da seguire?

Roberto Copparoni

Presidente Associazione Amici di Sardegna ONLUS

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